La forza della vulnerabilità non subita, ma resa attiva osando e rischiando
Sull’articolo di Hildegund Keul: “Vulnerabilità, vulneranza e resilienza : abusi spirituali e violenza sessuale nelle nuove comunità spirituali”
Di Clelia Degli Esposti
Il paradosso della vulnerabilità e il paradosso del rischio
Nel 2017 Braz de Aviz, Prefetto del Dicastero della Vita Consacrata e società di Vita Apostolica riconosce che 70 nuovi movimenti spirituali sono sotto inchiesta per abusi commessi dai loro fondatori mostrando così che l’abuso di donne e uomini adulti è dilagante nella chiesa cattolica romana. Lo sfondo da tenere presente per comprendere le dinamiche sulla violenza sessuale e relativi insabbiamenti negli abusi spirituali e sessuali nelle nuove comunità è dato fondamentalmente dall’accesso al potere che la chiesa ha usurpato (per lungo tempo e ancora oggi) in generale sulla vita amorosa degli adulti ( vietare il preservativo, soggiogare il sesso al di fuori del matrimonio, condannare l’amore omosessuale…), usurpazione accompagnata spesso da atti violenti e che comunque si caratterizzano per abusi di potere.
L’articolo vuole esaminare il legame che esiste fra tre concetti : vulnerabilità, vulneranza, resilienza nelle dinamiche su violenza sessuale e insabbiamento in abusi spirituali e sessuali nelle nuove comunità, mostrando come la rottura del silenzio sull’abuso , l’osare divulgare la violenza subita, trasformi la vulnerabilità della vittima in una forza di resistenza , con un guadagno per la propria libertà e dignità.
In un abuso c’è vulnerabilità delle vittime , dei perpetratori e delle Istituzioni, vulnerabilità che si sostengono a vicenda, aumentando la vulneranza della Istituzione, cioè il potere della istituzione di infliggere danni con particolare disposizione all’uso della violenza.
Nel caso degli insabbiamenti, usati costantemente dalla istituzione per proteggere se stessa, la vulneranza è “volatile” e lascia in macerie la chiesa stessa.
Come si trasforma la vulnerabilità in vulneranza? L’insabbiamento come auto protezione.
I leaders della chiesa hanno cercato di proteggerla da un danno della esposizione al pubblico: insabbiare per proteggere l’istituzione contiene un potenziale di violenza: uno ferisce l’altro per proteggersi dall’essere ferito; lo ferisce con strategie di copertura, accusandolo di mentire , allontanandolo dalla comunità, isolandolo. I sopravvissuti diventano di nuovo vittime di violenza: insabbiamento e abuso si amplificano a vicenda. Nell’autoprotezione dell’istituzione c’è una violenza che non scaturisce da una ferita reale, ma da una ferita temuta e quindi dalla vulnerabilità che investe l’istituzione stessa. Si può spezzare questa catena solo con la divulgazione.
Per le vittime il danno dell’abuso e dell’insabbiamento è al centro, la vulnerabilità è vorace e può spingere fino al suicidio. Il danno è nel presente, ma anche nel futuro, anche dopo la guarigione come danno temuto che blocca le risorse di vita.
Anche nei contatti quotidiani esiste per le vittime una relazione fra vulnerabilità e vulneranza: la cicatrice che resta rende presente ciò che è assente (il trauma). Spesso ciò inibisce una positiva relazione d’amore che potrebbe guarire la ferita. Finchè esiste questo circuito, esiste la possibilità di abuso.
La vulneranza negli abusi e negli insabbiamenti tende a diventare volatile: coprire l’abuso interrompe la fiducia nella Chiesa, l’opposto cioè di quanto si propongono le nuove comunità : cercare di aumentare la protezione porta ad un indebolimento della stessa istituzione : si ha cioè il paradosso della vulnerabilità.
Nel 1990 una ricerca sulla sicurezza ha stabilito che le strategie sulla sicurezza portano danni ancora maggiori se il danno dovesse verificarsi di nuovo, cioè portano maggiore vulnerabilità. Ciò è particolarmente visibile nella chiesa, lo dimostra lo studio di Monaco del 2022 sugli abusi e sugli insabbiamenti in cui piccole falsità vengono trasformate in grandi bugie( i chierici furono trasferiti e ricollocati di nuovo, i file manipolati o distrutti): ad un certo punto, per il prevalere dei diritti umani ciò che era assolutamente necessario mantenere segreto è diventato pubblico ed è scattato il paradosso della vulnerabilità, cioè questa è diventata volatile e ha preso di mira il sistema stesso con conseguenze sull’abuso e sulla credibilità della chiesa (In Germania ad esempio nell’arcidiocesi di Colonia il numero di persone che ha lasciato la chiesa è enormemente aumentato a causa della mancanza di indagini sugli abusi e insabbiamenti; negli Usa numerose diocesi hanno dovuto presentare istanze di fallimento a causa degli elevati risarcimenti evitabili se l’abuso fosse stato fermato in anticipo.).
Perché la chiesa vuole proteggersi a tutti i costi?
Il potere distruttivo del sacro
Le nuove comunità hanno promesso una spiritualità rinnovata, una speranza ingannevole di una “primavera ecclesiastica” che ha accecato la chiesa poichè i fondatori hanno compiuto molti abusi specie su donne adulte e in maniera sistemica (come dimostra Hoyeau), fondatori idolatrati per incarnare una spiritualità rassicurante e un nuovo modo di credere improntato alla emozione, alla affettività, alla tenerezza e alla rivalutazione del corpo. Essi si formano in un momento di particolare crisi della Chiesa in cui la vulnerabilità è volatile, diffusa. Negli anni 60 si assiste ad un movimento di secolarizzazione che gli osservatori definiscono come “cattolicesimo in decomposizione” o “la fine di un mondo”, accompagnato da una forte spinta individualistica improntata alla testimonianza più che alla evangelizzazione: “ non si tratta più di convertire, di conquistare le anime, bensì di essere una presenza cristiana discreta nel cuore del mondo, la cui vita testimonierà da sola come “lievito nella pasta”” (Hoyeau in “ il tradimento dei padri” Ed Queriniana). E’ in questo contesto di perdita di visibilità e autorità della chiesa nella società che fanno la loro comparsa personalità carismatiche che andranno a riempire il vuoto della chiesa
resasi così vulnerabile. La chiesa si affida in questo momento di crisi a dei leader che esercitano un “recupero del senso del sacro” creando un legame fra abuso- insabbiamento- sacro- sacrificio vittimizzante.
Il sacro presenta tre aspetti : “tremendum, fascinosum,augustum”, è cioè esperienza di un mistero che trascende il linguaggio, ma si inscrive nella vita, che spaventa e da cui fuggire (tremendum), ma irresistibile (fascinosum) e che comunque può orientare la vita (augustum). La religione viene interpretata come “la ricerca dell’intimità perduta”.Ciò che è sacro non può essere danneggiato e per dedicarsi al sacro c’è un prezzo da pagare, una disponibilità al sacrificio ( ciò che accade nelle comunità con l’imposizione della rinuncia al denaro, agli affetti familiari, alla vita fuori della comunità…), una perdita per qualcosa di più grande che può diventare un sacrificio vittimizzante. Il sacrificio e il sacro si nutrono a vicenda. Chi si sottomette al servizio del sacro è pronto a fare un sacrificio vittimizzante per questo.
Nell’abuso e nel suo insabbiamento funziona in molti modi la connessione fra il sacro e il sacrificio.
I “gestori del sacro”, leaders carismatici, poiché dominano la gamma del sacro in maniera magistrale e lo incarnano, diventano “sacrosanti” (i fratelli Dominique, Jean Vanier, Marko Rupnik). La loro resilienza è alta finchè non c’è divulgazione e questo amplifica la vulneranza del sistema e l’abuso si verifica sulla via di un sacrificio vittimizzante. Nell’abuso il sacro si mescola all’erotismo dell’abusatore e diventa afrodisiaco per il predatore: erotismo e religione si combinano in modo violento, tutta la comunità ne è toccata, ma non vuole vedere: non si vuole barattare l’essere eletti con l’esperienza della vulnerabilità. Scrive un abusato all’interno della comunità de l’Arche: “Se jean Vanier ha potuto agire in questo modo è perché non ho visto o non ho voluto vedere o sentire certe cose…Non ho sostenuto abbastanza i nostri compagni di viaggio, quando trovavo ingiuste certe decisioni . ..Ho preferito il mio benessere personale, istituzionale, spirituale ne l’Arche al rischio di oppormi a lui” (in “ il tradimento dei padri”, Hoyeau). “ Eravamo degli specchi complici, avevamo la nostra parte di responsabilità nel rimandare a questi maestri spirituali un’ immagine idealizzata di loro stessi…Belli, intelligenti, santi, unici (Yann Vagneux in “Il tradimento dei padri”). Chi nella comunità è più aperto, è più vulnerabile, quindi meno protetto: sperimenta il sacro come un arricchimento e quindi è più disponibile al sacrificio. Per salvare la chiesa i fondatori si attestano su una posizione di onnipotenza che consente loro di commettere abusi senza incontrare resistenza , negando la vulneranza del sistema: si impone il silenzio perché divulgare la violenza sessuale o spirituale significa mettere in discussione il sacro che l’ abusatore incarna. Le persone diventano sacrifici umani nell’occultamento e sono vittime per proteggere il sacro.
Come la vulnerabilità può agire nella resilienza : il potere creativo del sacro.
Chi è vittima in una Comunità carismatica è affascinato dal sacro che esercita un potere su di lui senza permettergli di fuggire. Le donne dicono di sentirsi stregate e possono essere distrutte.
L’unico modo per fermare questa violenza è rompere il silenzio, cosa particolarmente difficile nelle comunità ecclesiali dove i maestri spirituali sono anche “maestri di dominio”. Nella comunità
esiste un sistema di credenze chiuso che conosce un solo modo di credere che rafforza la resilienza dell’abusatore e indebolisce quella della vittima. Occorre che le vittime “distruggano “ la propria fede, se essa diventa per loro distruttiva, con una resistenza teologica per “fare nuovo ciò che ti distrugge”.
La stessa teologia accademica non è immune da vulnerabilità: cosa significa parlare di grazia se serve a nascondere la mancanza di grazia degli abusatori? Si può andare oltre solo con il “magistero speciale degli abusati”. Non tacere non è solo un diritto, è anche un potere. “La voce delle vittime è un autentico luogo teologico. Non si tratta di parlare di Dio alle vittime, ma di parlare di Dio a partire dalle vittime… si tratta di imparare ad ascoltare Dio nelle narrazioni di coloro che sono stati vittimizzati/e per elaborare teologie che rendano giustizia alla loro sofferenza e resilienza” (Maria Soledad del Villar in Concilium 4, 2023 Queriniana).
Il paradosso del rischio con l’azione della vulnerabilità.
La vittima che parla si rende più vulnerabile, può aumentare il suo trauma: nelle comunità spirituali può essere espulsa. E’ già stata ferita, ma corre un nuovo rischio rispondendo alla presa di potere dell’abusatore: si tratta di una “contro condotta”. Intrappolata nell’abuso la resistenza per la vittima sembra impossibile; viene colpevolizzata e tutto resta sommerso. Ma a volte la forza di agire compare all’improvviso: il momento in cui la vita, caratterizzata dalla sottomissione, si scrolla di dosso le sue catene, entra in uno spazio che è caratterizzato dalla presenza del divino. Questa è la sfera in cui l’impossibile diventa improvvisamente reale. La vittima si autosacrifica, osa la sua vulnerabilità e si ha il “paradosso del rischio” : usa un potere che la porta fuori dalla vittimizzazione e rafforza la resilienza. Nel caso in cui si rompe il silenzio la resilienza può persino crescere da una maggiore vulnerabilità che non è più subita ma agita attivamente. J.Butler in “vulnerabilità della resistenza” chiama questo processo”l’esposizione deliberata al danno”.
La vulnerabilità dunque come possibilità di resistenza rompendo il silenzio. Le vittime attraverso la loro resistenza, erigono un segno di umanità e aprono così lo spazio all’altro potere fuori dalla vulnerabilità .
Bene ne parla Ute Leimgruber nel testo “narrare come resistenza” (ERZAHLEN ALS WIDERSTAND) da lei ripreso in Concilium: “per le persone che sono state colpite da violenza e abuso nella chiesa cattolica è estremamente difficile raccontare ciò che , troppo a lungo, è stato considerato qualcosa di indicibile, indescrivibile, persino impensabile. Eppure raccontare è estremamente importante, fa parte del processo della propria umanizzazione”. Raccontare ha anche un significato documentale ed epistemico perché muove sapere sugli abusi, sulla loro varietà e sulla loro ricostruzione. Varie sono le ragioni che la vittima trova per rompere il silenzio: per evitare abusi ad altri, per vendetta, per salvare la comunità, per volere giustizia. La via d’uscita passa comunque dal togliere la strategia di protezione. Tutto ciò permette alla vittima di ricostruirsi esercitando un giudizio critico “quel “contropotere intellettuale” che permette di crescere nella verità”. (Hoyeau “Il tradimento dei padri”) Sempre in Hoyeau: “Anche se la nostra responsabilità fosse dell ‘ un per cento, questa piccola quota è ciò che ci rende umani. E’ ciò grazie a cui si fa una scelta e, riscoprendo la nostra capacità di fare una scelta, possiamo ricostruirci. Altrimenti restiamo vittime e aspettiamo che sia
la chiesa a porre rimedio. Ognuno di noi ha fatto un cattivo uso della propria libertà ed è a partire da questa libertà che possiamo ricominciare a vivere. Negare la nostra responsabilità significa negare la parte viva e sana in noi che può permetterci di ricominciare” (Louis Xavier Ardillier in “Il tradimento dei padri”) .
Febbraio 2024